sabato 19 dicembre 2009
venerdì 18 dicembre 2009
sabato 12 dicembre 2009
Sarebbe meglio mentire.

Oggi sono 24 anni dalla sua morte.
A colpi di lupara l'hanno uccisa.
Avevo solo 17 anni.
Abbiamo lottato per ottenere giustizia.
Li avevano anche assolti.
Alcuni magistrati di quelli...
Poi finalmente in quell'aula abbiamo pianto.
Dopo più di vent'anni abbiamo ottenuto quello che sarebbe giusto attendersi da un paese civile.
Giustizia.
Oggi a Saponara è un pò festa.
E' l'anniversario, il giorno della memoria, un giorno per sentirci più vicini nel ricordo di Graziella.
Il sindaco, le autorità, Fiorello, la messa e gli scout.
Certo ci saranno lacrime, ma anche la speranza che ciò che è stato interrotto, il procedere di una giovane vita, non si è fermato con quei cinque colpi.
Invece non è così.
Oggi che diremo alla gente in chiesa o al palasport che vogliono ricordare Graziellina?
Che diremo ai giovani boy scout che sfileranno con le candele accese?
Che diremo alla famiglia Campagna che non ha smesso mai di lottare?
Che a pochi chilometri da quelle strade, raffreddate da una leggera brezza autunnale, in una casa, sul suo divano al caldo, siede l'assassino?
Che idea daremo di giustizia?
Per cosa dovranno lottare i nostri figli?
Gerlando Alberti jr. è a casa giusto per l'anniversario dell'omicidio commesso.
Ne prima ne dopo. Per un mafioso è il più alto riconoscimento.
A casa sua si festeggierà pure per la ritrovata libertà.
Ma noi qui allora ricorderemo Graziella Campagna e l'ennesima ingiustizia.
Ai nostri figli forse sarà il caso di dire una bugia.
giovedì 3 dicembre 2009
Cosa Nostra è stata truffata.

Perché il quotidiano della famiglia Berlusconi Il Giornale continua a titolare che il presidente del consiglio è indagato dalla procura di Firenze per mafia?
Ieri sera ad Exit il vicedirettore dello stesso quotidiano lo svela al pubblico.
Sembra evidente, dice Alessandro Sallusti, che Berlusconi sia sotto tiro da parte delle magistratura e che l’annotazione del suo nome sul registro degli indagati sia inevitabile.
Il motivo è da ricercare secondo lo stesso, nella manovra offensiva di cosa nostra nei confronti del governo.
Insomma la magistratura sta facendo il gioco della mafia. Del resto dice il giornalista, la mafia agisce isolando, denigrando, attaccando chi la combatte.
Quindi secondo lo stesso impiegato della famiglia Berlusconi, così come capitò a Falcone e Borsellino, il povero Silvio Berlusconi da anni è oggetto della campagna d’attacco delle famiglie siciliane.
La mafia esegue le condanne e non le demanda alla magistratura.
Del resto non risulta che prima delle stragi del 1992 Falcone e Borsellino fossero stati tirati in ballo da pentiti o da indagini di procure strumentali.
Alle minacce ed all’isolamento seguirono le stragi.
Il suo accento toscano non aiutava a rappresentare una “minaccia mafiosa”, ma in modo chiaro e diretto ha parlato chiaramente di una Truffa.
Questi uomini che sanno di finire la propria vita in carcere (parlando di Riina e Provenzano) si sentono truffati.
Truffati da chi? Truffati per cosa?
Da qualcuno che li ha ingannati ricavandone un profitto.
Da qualcuno che aveva sottoscritto un Patto senza però rispettarne i termini?
Qualcuno che ha ricevuto qualcosa senza corrispondere la contropartita?
L’avvocato lascia intendere che ci sarà da aspettarne delle belle.
Berlusconi e Dell’Utri hanno “ intrattenuto rapporti non meramente episodici con soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato” sottolineando che esiste “una obbiettiva convergenza di interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione (Forza Italia): art. 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale…”.
Il GUP aggiunge poi che “l’ipotesi iniziale (contro Berlusconi e Dell’Utri) ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità” ma è scaduto “il termine massimo delle indagini preliminari”.
Questo quanto attestato dalle carte processuali. Questa obiettiva convergenza forse era l’oggetto del Patto. Un Patto prevede un rapporto di dare-avere. Richieste e Papelli.
Questo è il motivo per cui non servono quotidiani a disegnare l’immagine di una vittima della mafia. Questo è il motivo per cui l’avvocato di Riina, pur senza i folcloristici tratti tipicamente siciliani, ha lasciato intuire che qualcuno non aveva rispettato i patti.
martedì 1 dicembre 2009
No ponte a tutti

Io sono contrario alla costruzione del ponte sullo stretto.
Io sono uno del movimento NO PONTE.
Nel senso che manifesterò e mi batterò contro questa opera inutile ed assurda.
Io sono però contro chi tenta di intestarsi una lotta che riguarda una moltitudine di persone sempre più numerosa e trasversale.
Io sono contro chi non fa parlare nelle manifestazioni locali Renato Accorinti per non renderlo (secondo alcuni) l’unico leader del movimento (quando per tutti in questa città, lui è il simbolo del NO al PONTE).
Io sono contro chi adesso il No al Ponte siamo noi.
Io sono contro chi duplica i loghi perché il nostro è più bello.
Io sono contro chi (se è vero) non permette a chi politicamente schierato dalla parte opposta di partecipare alle manifestazioni.
Io sono contro chi pensa di essere il depositario del movimento.
Io sono contro chi vuole le stesse bandiere e gli stessi loghi dappertutto.
Io voglio che sfilino mille colori al grido NO PONTE.
Io voglio che tutti possano essere dentro il movimento con tutti i se e con tutti i ma.
Io voglio che a parlare siano tutti, grandi e piccoli, intellettuali e pescatori.
Io voglio essenzialmente che il ponte non venga costruito.
lunedì 30 novembre 2009
A Messina sentenza shock: “La mafia non esiste”

di Antonio Mazzeo
A Barcellona Pozzo di Gotto va in scena “L’elogio dell’impunità”. Potrebbe benissimo trattarsi di un adattamento teatrale metà commedia e metà farsa se nello sfondo non ci fosse la tragedia di una guerra di mafia che negli anni ’80 ha visto decine e decine di morti ammazzati tra
Dopo l’oblio collettivo di quei terribili anni, arriva, proprio come nei tribunali di mezza America latina, il colpo di spugna della “giustizia” peloritana. La corte d’assise d’appello di Messina ha emesso la sua sentenza nel maxiprocesso denominato Mare nostrum, ribaltando il dispositivo di primo grado: dimezzati gli ergastoli (da
Resta dunque ben poco di quello che fu il castello accusatorio che portò nel biennio 1992-93 alle operazioni “Mare Nostrum 1 e
«Una sentenza della Corte d’Appello di Messina che lascia stupefatti», è il commento a caldo del senatore del PD Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia che proprio alla pericolosità della mafia della provincia di Messina aveva dedicato un intero capitolo della Relazione di minoranza della Commissione della XIV legislatura. «Sento il bisogno di rompere il riserbo nel commentare le sentenze», aggiunge Lumia. «La mafia barcellonese non può rimanere impunita. Gullotti e gli altri boss sono una minaccia reale, perché fanno parte di Cosa nostra militare e sono collocati nel cuore delle collusioni con la politica e i poteri deviati. Bisogna ritornare ad occuparsi con più incisività del condizionamento mafioso a Messina e in particolare nell’area barcellonese, così come del ruolo di una parte della magistratura, dei poteri collusi sul versante economico-politico e istituzionale, affinché lo Stato torni ad affermare la sua sovranità democratica anche in queste realtà territoriali».
Durissimo il commento di Fabio Repici, avvocato di parte civile nei più importanti processi di mafia svoltisi nel capoluogo dello Stretto (l’omicidio della stiratrice diciassettenne Graziella Campagna, quello del giornalista Alfano, ecc.) e legale di fiducia della famiglia del docente universitario Adolfo Parmaliana, morto suicida il 2 ottobre 2008 dopo aver appreso di un’indagine avviata nei suoi confronti a seguito delle sue documentate denunce su malapolitica, mafia e affari nel Comune di Terme Vigliatore. «La famiglia mafiosa più potente della provincia di Messina e più impunita d’Italia può riprendere serenamente il comando del territorio, nella società criminale e naturalmente pure nella società legale», scrive Repici in una lettera aperta. «La sentenza di Mare Nostrum è solo l’ultimo atto di un grado di giudizio che aveva fatto registrare accadimenti inediti nella storia giudiziaria italiana. Il clima del processo ebbe un mutamento allorché la corte, adeguandosi ad una nuova perizia (dopo ben 9 di segno contrario espletate da esperti di ogni parte d’Italia) che, con argomentazioni a dir poco stravaganti, aveva fornito parere favorevole sulla capacità di rendere esame del collaboratore di giustizia barcellonese Maurizio Bonaceto, aveva deciso di estromettere dal fascicolo i verbali delle dichiarazioni rese a suo tempo da Bonaceto e di disporne l’esame». Rientrato nel
«Acquisite finalmente le dichiarazioni rese da Bonaceto, alcuni difensori (ed in particolare quelli del boss Giuseppe Gullotti) si adoperarono con strumenti inconsueti per cercare di minarne la credibilità», prosegue Fabio Repici. «Il 9 marzo 2009, uno dei due difensori di Gullotti, l’avvocato Franco Bertolone (che non aveva preso parte al processo fino alla sentenza di primo grado, per essere stato raggiunto dalle accuse del collaboratore Giuseppe Chiofalo, che lo aveva indicato come “consiglieri” della famiglia mafiosa barcellonese grazie ai suoi stretti rapporti con un magistrato, il dottor Cassata, oggi Procuratore generale di Messina) lesse un inconsulto documento anonimo che avanzava dubbi sull’attendibilità di Bonaceto, ma si risolveva anche in un attacco personale soprattutto contro la mia persona e quella di Piero Campagna, fratello della povera Graziella, assassinata nel 1985. Di questo documento veniva letta soltanto una parte, nella quale, in sintesi, si affermava che Bonaceto aveva probabilmente mentito sull’omicidio Alfano, che il boss Gullotti e il killer Antonino Merlino, pur definitivamente condannati, erano in realtà innocenti, che io avevo ben contezza della loro innocenza per avermela confidata Piero Campagna, che io però mai avrei riferito all’autorità giudiziaria ciò che sapevo, per non scagionare i due mafiosi condannati».
A rendere più torbida la vicenda, l’accertamento delle generalità dell’estensore del documento, il sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, Olino Canali, che nel processo di primo grado aveva svolto le funzioni di pubblico ministero. E la volontaria omissione da parte dell’avvocato Bertolone della lettura di un successivo passaggio della missiva in cui il Canali scriveva che «Franco Bertolone è il Franco Cassata degli avvocati barcellonesi». Una frase che, sempre secondo Repici, «poteva essere considerata perfino un riscontro alle vecchie accuse del pentito Chiofalo», relative a un presunto stretto legame tra il legale e il magistrato. Proprio il Chiofalo, il 20 febbraio 2004, nel corso della sua deposizione al processo di Catania a carico del magistrato messinese Giovanni Lembo e del boss Michelangelo Alfano poi “suicida”, si era soffermato su un viaggio da lui fatto a Milano in compagnia del legale barcellonese, nel lontano 1972-
Dopo la rinuncia al mandato difensivo da parte dell’avvocato Repici che rappresentava alla corte la sua disponibilità a testimoniare e l’invio di un fax alla Procura generale in cui il dottor Canali riconosceva la paternità del documento letto in aula dall’avvocato Bertolone, veniva disposta la testimonianza del sostituto procuratore di Barcellona, che essendo stato Pm in primo grado, si trovava nella situazione di incompatibilità con l’ufficio di testimone prevista dal codice di procedura penale. «Il dr. Canali testimoniò in due successive udienze, facendo affermazioni plasticamente false», aggiunge Repici. «Per questo egli è oggi indagato dalla Procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del boss Gullotti».
È il circolo culturale paramassonico barcellonese “Corda Fratres”, di cui proprio il Cassata è da sempre instancabile animatore, a costituire la migliore vetrina dell’esercizio delle relazioni di potere dell’intera provincia di Messina. Fondato nel 1944, “Corda Fratres” – il cui nome completo è “Fédération Internazionale des Etudiants “Corda Fratres” Consulat de Barcellona (Sicilia)” – vede tra i suoi soci i nomi di grido della classe dirigente politica locale (il senatore del Pdl Domenico Nania, già capogruppo al Senato di An e l’odierno sindaco di Messina ed ex presidente della Provincia, Giuseppe Buzzanca, anch’egli post-fascista), giudici onorari, avvocati tra cui lo stesso Francesco Bertolone, professionisti, imprenditori, ecc.. Nelle liste della “Corda Fratres” compaiono pure i nomi di ben 16 iscritti alle logge del Grande Oriente d’Italia “Fratelli Bandiera” e “
«Nulla sembra poter fermare le follie del “rito peloritano”, della giustizia alla messinese», conclude amaramente Fabio Repici. «Nessun segnale di attenzione viene da parte degli organi dello Stato per la provincia di Messina, per questa Corleone del terzo millennio che è Barcellona Pozzo di Gotto, per i miasmi della giustizia messinese. Fino a che nel resto della nazione non ci si decida ad accendere un riflettore sui misfatti di quella provincia, il buio, materiale e morale, continuerà a sommergerla».
Le follie del rito peloritano. Lettera dell'avvocato Fabio Repici
venerdì 27 novembre 2009
Dichiarazioni di Napolitano e relativa traduzione.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interviene così sulle violenti polemiche tra governo e magistratura:
Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare.
Insomma anche dal Colle si rinnova la solita scusa. Quindi urge una traduzione:
Il governo ha la maggioranza, è stato eletto dal popolo quindi anche se è formato da mafiosi e corrotti non solo può, ma deve restare al suo posto.
Me lo ha detto Berlusconi.
La magistratura si adegui.
Foto da Repubblica.it
Finché c’è guerra c’è speranza

di Antonio Mazzeo
Il 20 novembre 2009, una sessantina tra operatori sanitari di cliniche pubbliche e private romane, piloti e personale logistico dell’Aeronautica militare e dirigenti di Alenia (Finmeccanica), società leader nella produzione di cacciabombardieri e aerei da trasporto truppe, sono partiti da Pratica di Mare alla volta dell’Africa occidentale. Destinazione il Mali, un paese partner degli Stati Uniti nella campagna regionale contro il “terrorismo” e le organizzazioni islamiche radicali.(...)
Per l’occasione è stato trasferito in Mali pure il nuovo prototipo di velivolo da trasporto tattico C-27J “Spartan” prodotto da Alenia Aeronautica in joint venture con alcune aziende del complesso militare industriale statunitense.(...)
“Valori” che puntano “di fondo” a promuovere nel continente nero l’ultimo gioiello di guerra “made in Italy”, già ordinato da Grecia, Bulgaria, Lituania, Marocco dal Dipartimento della Difesa USA per rinnovare la flotta aerea del trasporto truppe.
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mercoledì 25 novembre 2009
L'ultimo sforzo.
Avevo circa dodici anni e trascorrevo l’estate al mare.
C’erano tanti altri miei coetanei e trascorrevamo felici le vacanze.
Una volta organizzammo una caccia al tesoro ed in una delle tappe era prevista la pesca di dieci paguri nel minor tempo possibile e comunque prima delle altre squadre.
Si trattava di gettarsi nelle acque del tirreno verso le sette di sera e in apnea trovare tra la sabbia dei fondali quasi desertici i piccoli crostacei.
Arrivammo in spiaggia quasi tutti contemporaneamente.
Corremmo verso il mare calmo ed accogliente facendo volare le maglie e le scarpe in aria per non perdere tempo.
Nuotammo verso il largo a pelo d’acqua.
Di tanto in tanto ci immergevamo per scrutare piccoli segni sulla sabbia ondulata.
Ripensavo a questa esperienza leggendo la cronaca delle inchieste giudiziarie avviate in varie procure italiane per la ricerca della verità sulle stragi del 1992 e 1993.
Per un periodo sembrava che tutto si fosse fermato.
Calmato e normalizzato.
Da qualcuno quasi cancellato, abrogato, prescritto.
Poi la svolta.
Alcuni tasselli vengono rimessi al proprio posto.
Inquirenti, giornalisti, investigatori e gente comune incomincia a intravedere nuovamente un possibile scenario.
Si riascoltano i collaboratori e si cercano incartamenti. Si ricontrollano schede telefoniche ed archivi dei servizi.
Non una ma tante procure ritrovano il bandolo della matassa.
La politica trema. Il governo ha paura e quando si ha paura spesso, si sa, si commettono cazzate.
Sul sito 19 luglio 1992 e sulle pagine de l’espresso si può leggere di come pian piano tutto si concentro in un senso.
Il senso della verità.
Basterebbe già leggere gli atti per far tremare un paese democratico.
Ma l’Italia non lo è più da tanto.
Ecco quindi che mi riaffiorano quei ricordi.
Avevo nove paguri dentro il costume e cercavo senza più fiato ormai il decimo.
Scendevo giù e risalivo per rifiatare.
Guardavo anche se gli altri erano ancora in acqua.
Gli occhi mi bruciavano per la salsedine ed ero molto stanco.
Nuotavo più lentamente e confondevo piccoli sassolini con le conchiglie.
I paguri si muovevano fastidiosamente stretti tra il tessuto sintetico elastico del costume e gli ormai raggrinziti attributi.
Qualcuno dei concorrenti stava uscendo dall’acqua.
Correva a ritrovare gli indumenti per avviarsi vittorioso alla successiva tappa.
Consegnava per la conta i paguri che sarebbero stati liberati alla fine della gara.
Ero ormai allo stremo. Vedo qualcosa. Scendo giù.
Un sasso. Non avevo più le forze.
Non risalgo e piano mi guardo intorno sul fondale.
Dovevo trovare l’ultimo. Non avevo più aria.
Un cerchio alla testa mi opprimeva.
Sentivo di essere al limite.
Poi a qualche metro lo vedo.
Con l’ultimo residuo di energia arrivo a prenderlo ma l’assenza di aria mi spinge a risalire troppo velocemente.
Avverto come un graffio nell’inguine. Prendo fiato e guardo verso il fondo.
Un paguro era riuscito a sfuggire dalla morsa di lycra e pelle.
Ero sfinito. Il paguro felice aveva ripreso a camminare sul fondo di sabbia.
Non credevo di poter trovare la forza per riscendere.
Non sarei riuscito a tornare a riva.
Dalla spiaggia i miei compagni di squadra mi incitavano, forse qualcuno mi insultava, ma ero distante e non riuscivo a capire bene.
Andai giù di nuovo. La testa era ormai stretta in una morsa insopportabile.
Le braccia non sembravano più appartenere al mio corpo come appendici pesanti e dolorose.
Ricordo lo sforzo per risalire e quello per ritornare piano verso la riva.
Ricordo l’assenza di fiato, la tosse e l’affanno.
Quella fatica e quel doloroso voler riuscire mi appare oggi come lo sforzo di chi sta ricercando la verità su quegli avvenimenti.
Tanti passi avanti, poi uno indietro.
Giungere alla fine prima della completa assenza delle forze.
Vedere il traguardo ma non poter contare quasi più su polmoni e muscoli.
Poi uno slancio che sembra a noi stessi incredibile.
Sono convinto che siamo vicini alla linea bianca dell’arrivo.
Nella mia memoria sono riapparse le immagini delle onde leggere che saltavano nei miei occhi rossi e il sapore della salsedine che bruciava le labbra.
Una delle pagine più oscure della storia del nostro paese sta per essere resa pubblica.
Qualcuno non vorrebbe.
Qualcuno teme la verità.
Qualcuno era convinto che l’aria nei polmoni non sarebbe bastata.
Ma l’urlo muto dei servitori dello stato uccisi dalla mafia e da un pezzo di stato stesso non deve far fermare chi sta compiendo fino alla stremo delle forze questo difficile cammino.
Noi possiamo incitarli dalla riva, gridare ed incoraggiarli.
Noi non dobbiamo permettere che possano fermarli.
Fino all’ultima bollicina d’aria che risiederà nei polmoni dovrà essere spesa nella faticosa apnea di chi vuole giustizia.
Siamo a nove e ne manca solo uno.







