martedì

La stanza dello scirocco



L’aria è calda e pesante tanto da rendere poco limpido l’orizzonte. 
Davanti il mare calmo mentre a destra e sinistra l’arido paesaggio della Sicilia ad agosto. 
Fermi, immobili sotto un grande albero di gelsi, riparati dalla sua ombra si suda.
Lo sguardo sembra appannato dalla forte umidità. 
Dai cespugli gialli si intravede una terra arsa. E’ lo scirocco.

Soffia piano il vento da sud-est in questa Sicilia immobile. 
Le fronde si muovono appena mentre l’aria si scalda svuotandosi d’ossigeno.
E questa terra resta sempre ferma accogliendolo tra i suoi muri a secco, lungo le strade e le trazzere desolate ed i terrazzamenti di terra bianca.
Il vento che arriva dall’Africa spinge la maturazione degli agrumi e della vite ma piega le ginocchia di chi le cura.
Mentre lungo la schiena il sudore si incanala in mezzo alle scapole provocando un leggero solletico, mi sembra che nulla sia poi cambiato. 
Eppure da piccolo pensavo che magari un giorno sotto quel gelso che emanava un forte profumo dolciastro e tannico avrei visto la mia terra migliore.
La mia gente l’avrebbe migliorata. 
Si sarebbero resi conto del grande imbroglio che nascondeva il nostro orizzonte. 
Quella foschia sarebbe rimasta solo una conseguenza meteorologica.

Invece tutto appare uguale a quando avevo dieci anni. 
Anzi è uguale da centinaia di anni.
Forse è per questo che nelle case nobiliari siciliane d’un tempo c’era la stanza dello scirocco. 
Nel punto più interno del palazzo o appositamente scavata nella roccia, si creava un vano senza finestre con grosse pareti in pietra per ripararsi dal vento caldo che avvolgeva il resto delle ricche abitazioni.
Insomma ci si nascondeva per non patire ciò che fuori generava sofferenza.
Un posto sicuro e nascosto da piccoli labirinti di pareti e porte. 
Nessun rumore, nessun odore e soprattutto nessun alito caldo lo poteva raggiungere.
Fuori lo statico immobilismo di una regione flagellata dalla mafia, dalla politica del potere e dai grandi e piccoli affari conclusi a discapito di un popolo arreso.
Dentro la possibilità di non avvertirne il caldo peso. 
Non è istinto di sopravvivenza ma quell’arte antica appresa durante le troppe dominazioni subite nei secoli che hanno spinto i siciliani ad adattarsi. 
Trovare sempre il modo di fottersene concedendo però nella loro storia la legittimazione ad un potere che li ha sempre resi sudditi.   
Oggi ci sono le stanze dello scirocco con condizionatori dai soffi gelati ed infissi a prova di calibro 38. 
L’architettura dei vecchi mastri sostituita dall’energia elettrica.
Ma fuori resta tutto lo stesso.

1 commento:

Blindsight ha detto...

però nascondete bene questa vostra rassegnazione che sinceramente riscontro più in calabria, un'altra regione conquistata da millenni, violentata e sfigurata.. una regione che è in coma ormai, mentre da voi si è a un passo dall'entrarci, chissà forse perché lo scirocco a un certo punto si ferma e da noi arriva il vento dalle montagne... quello che fa bruciare prima un'oasi protetta ad esempio..
questa è la mia modesta opinione, basata su sensazioni, emozioni e vibrazioni che tutto mi trasmette, in primis la natura e gli umani, almeno quei pochi rimasti visto che in molti mi ricordano la versione grottesca dei replicanti di blade runner..
sono stata molto felice di poterti stringere la mano e di conoscerti da vicino, un caro saluto laura